E' risaputo che i Greci, dominatori di gran parte di terra d' Otranto,per oltre mezzo secolo, si avvalsero delle fortezze esistenti in loco per respingere le invasioni dei Longobardi e dei Normanni, che durarono senza sosta, dal VI secolo (39). Nel volgere di tale lungo periodo non è improbabile che intorno al 1000 l' antica fortezza di Castrignano dei Greci sia stata trasformata in un castello triturrito intorno al quale nacque il villaggio, a cui i Greci dettero lingua, usi e costumi conformi a loro. La presenza dei castelli un pò dovunque sta nel fatto che le famiglie dei feudatari osservando la legge germanica che non riconosceva il "maggiorascato" assegnava ai discendenti una porzione di feudo. Ciò portò ad un funzionamento parcellare e alla costruzione di castelli, di cui alcuni erano poco più di case coloniche. Nel nostro castello, innalzato nella parte bassa del borgo antico, si convogliavano buona parte delle acque piovane che, stagnando nel fossato che lo circondava, costituivano una sua difesa naturale; esso doveva essere al centro dell' originario agglomerato urbano, di cui non si conosce quanta fu vasta l' area. Questo maniero, costruito"multas et artes" dai "magistri frabicatores" locali, divenne l' abitazione dei feudatari, i quali lo consideravano l' elemento più importante della difesa, preferendolo alle cinte urbane, in quanto a costoro importava dominare piuttosto che difendere i centri urbani. In una pergamena di re Carlo I d' Angiò, il nostro castello e ricordato, assieme ad altri castelli del Salento, come sito fortissimo di difesa per respingere attacchi nemici. E' provato che contribuì a respingere
l' attacco dell' esercito del papa Innocenzo VI che voleva saccheggiarlo. Dalla lettura della citata pergamena si deduce, altresì, il castello aveva una sua autonomia con soldati, vettovaglie e leggi; disponeva di alcuni "inservientes" (addetti ai lavori di manutenzione) e, quando occorrevano delle riparazioni, interveniva l' università di Castrignano a concorrere alle spese (40). Il castello è al centro di un fossato(presentemente interrato e in parte occupato da abitazioni) su cui sopravanza il basamento dei muri a scarpa. Su questo basamento, cinto da un robusto cordone in pietra leccese prendono il loro elevarsi, a piombo, le facciate, di semplici linearità, interrotte da finestre dai modesti fregi decorativi e sormontate da stemmi gentilizi e da qualche piccolo putto a braccia aperte. La facciata di via V. Emanuele è tutta in pietra leccese a file di blocchi squadrati e levigati di altezza costante (un palmo), messi in opera a "faccia vista" senza intonaco esterno, come tutte le facciate in pietra leccese, e si possono quindi agevolmente contare. In alto si nota un susseguirsi di mensole che completano la facciata. Il tutto molto semplice e lineare secondo le leggi dell' architettura salentina del medioevo. Fanno spicco ai lati i gocciolatoi di semplice linearità. Sul portone d' ingresso si impone l' arma gentilizia dei Gualtieri. 
Entrando si attraversa un piccolo androne carrozzabile che immette in un cortile, dal quale si accede in diversi ambienti: scuderie, magazzini e nelle adiacenze trappeto e forno. In uno di questi ambienti c'è un passaggio murato che-a quanto si dice-dovrebbe essere una galleria che porta alla citata abazia di S. Onofrio (cripta bizantina). E' certo invece che c'erano nell' atrio due cisterne con puteali scolpiti in pietra leccese.
Nello stesso cortile sul lato sinistro esiste una scalinata molto antica che porta a una terrazza scoperta, chiusa da una balconata in pietra. Da questa si accede ad ampie stanze che non mostrano nulla di notevole. Sul lato destro, pochi gradini portano a un vano sulla ci volta è scolpito un falco: stemma dei baroni Gualtieri, da questo, parte una scalinata che porta al piano nobile, al termine di questa scalinata fanno bella mostra due arcate seicentesche. E' stato accertato che i soffitti originari del primo piano erano a limbrici (tegole) e successivamente trasformati a volta. In una delle stanze si nota una botola circolare: doveva essere il "trabucco" (trabocchetto) dove venivano gettati i malcapitati "destinati a miglior vita. Sull' ala destra dell' antica costruzione quella, cioè, che guarda nel Largo Castello, un tempo faceva bella vista un giardino pensile del quale ne è rimasta una piccola parte.
La facciata di via Umberto I presenta una scala scoperta in pietra che porta ad un artistico balcone. I balaustri della balconata poggiante su robusti mensolari sono di stile rinascimentale, piuttosto tozzi. Nell' angolo di nord-est della stessa facciata si notano i ruderi di una garitta (ce ne doveva essere più di una) per riparo delle sentinelle o
come ricovero di manovratori delle attrezzature del castello. Dalla sua posizione è facile dedurre che il castello ebbe la duplice funzione di fortezza e di dimora, feudale; infatti si distingue una zona destinata alla residenza vera e propria del feudatario e alle cerimonialità e una parte destinata ai servi e ai soldati che comprendeva anche depositi di armi, attrezzi agricoli e viveri; e inoltre stalle per i cavalli e vari ricoveri per animali e vettovagliamento.

 

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Il feudo di Castrignano nel medioevo appartenne alla contea di Lecce sin da quando il normanno Tancredi, conte di Lecce, lo donò a Pietro Indimi, suo valoroso condottiero. Attorno al 1347, allorchè la contea di Soleto (Lecce) venne occupata da Raimondello Orsini del Balzo, il castello di Castrignano  con gli altri castelli svolsero un' azione di strenua difesa nella lotta contro l' infeudamento, anche se ciò non valse a scampare il villaggio dal divampare di guerra e di devastazioni (41).

 

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Il castello appartenne a diverse casate feudali. Tra i feudatari più noti, Filippo Prato che lo acquistò da Porzia Tolomei e Alfonso Guevara. Successivamente, terre e castello furono comprati e rivenduti da amministratori, Intendenti e Luogotenenti dei Gualtieri. Nel 1591 il capitano Mario Pagani da Oria li acquistò dal barone di Acaja. Nel 1646 Giuseppe Marchese, Principe di Montemarano e S. Vito, a Gerolamo Maresgallo che era creditore di Francesco Antonio Prato. Ne furono proprietari, poi, nel 1679 Raimondo Prototico di Otranto ed infine la famiglia Gualtieri col titolo baronale (42).
Nicola Gualtieri fece demolire la parte superiore dell' antico torrione che "minacciava rovina" ed edificò un palazzo. Durante il sistema feudale grande fu l' avvilimento e la prostrazione della nostra gente per la malvagità e la crudeltà dei feudatari e le tristi condizioni economiche. Documenti attendibili sull' argomento sono le relazioni dell' economista Giuseppe Maria Galanti, il quale, verso la fine del 700 e più propriamente il 24 aprile 1791, in veste ufficiale di "visitatore generale", redisse, per resoconto sulla terra d' Otranto, una relazione al re Ferdinando IV. Tra l' altro, evidenziava, i dritti feudali di questa provincia che "erano infiniti" e variavano da feudo a feudo (43). Giuseppe Lisi in un suo pregevole studio di economia salentina del 1700 (44) illustrava i molteplici diritti feudali che i baroni avevano sulle proprie popolazioni che cosi sintetizzo: -Diritti della giurisdizione, per cui ai sudditi del barone toccano versare una somma di denaro per l' esercizio della "bagliva" (dritti di giustizia) "per casa seu fuoco secondo la qualità e la facoltà della persona, di che si formava un libro su ciò che fruttavano le rendite di ognuno" (45). Tutti i vassalli e gli abitanti erano tenuti a far la guardia di giorno e di notte al castello secondo il comando dei suoi agenti. -Diritto del connatico in virtù del quale "la meritata pagava una tassa annuale per l' uso del suo corpo; la vedova pagava meno per non aver fatto uso" (46). E ancora: "Esaminando la raccolta di tutte le decisioni emesse della Commissione feudale ho trovato in tre comuni di terra d' Otranto cioè Matino, Parabita, Salice, si esigeva ancora - ma fortunatamente non più in natura, ma commutata in una prestazione di denaro il cui ammontare variava da comune a comune e che non aveva alcun' altra giustificazione se non quella dell' abuso- lo jus cunnatici o cunnandi - che celava l' antichissimo e tristemente famoso jus primae noctis, indicandosi con tale espressione il preteso diritto dei signori feudali di cogliere le primizie delle spose dei propri vassalli o dipendenti nella notte nuziale. -Diritti detti di erbatica delle pecore e delle capre, per cui i baroni riscuotevano annualmente una agnella ed il cacio e ricotta di un giorno.
-Diritti detti di carnatica per cui si esigeva una parcella d' ogni parto di scrofa.
-Le decime, cioè la decima parte del "frutto" e di tutto ciò che si coltivava e nasceva dalla terra.
- Il pagamento di una tassa da ogni paio di buoi per i lavori dei campi e per il trasporto dei prodotti.
-Successione dei beni la feudatario senza discendenti legittimi o naturali.
-Un tomolo di grano ed altrettanto di orzo da ogni famiglia.

 

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In terra d' Otranto, come in tutto il regno di Napoli, la feudalità fu abolita dai Francesi nel 1806, i quali emanarono la cosiddetta "Legge eversiva della feudalità" che dichiarò "esistente tutte le prestazioni personali sotto qualunque nome venissero appellate, che i possessori di feudi per qualsivoglia titolo solevano discutere" (48). Un' apposita "Commissione Feudale" lavorò alacremente fino al 1810 per appianare le controversie insorgenti fra Comuni ed ex baroni, in ordine alla interpretazione ed all' applicazione della legge eversiva. 

39) Bernardino Braccio, autorevole scrittore Salentino, vissuto nel secolo XI, in un brano di cronaca, datato:A.D.1023, srive:"negli anni novanta nello reame di Puglia erano assai Baroni tiranni greci e Longobardi che fecero sempre guerra insieme.
40) D. De Rossi, Storia dei comuni del Salento 
41) P. Marti, "Nella terra del Galateo", Lecce1931 
42) D. De Rossi, Cfr. Op. cit. 
43) C.M. Galanti, "Relazione su terra d' Otranto" 
44) G. Lisi, Cfr: Op. cit.; G. Lisi, "Economia e classi sociali in calimera alla metà del 700". 
45) V. Boccadamo, "Diso" 
46) G. M. Galanti, Cfr. Op. cit. 
47) G. Lisi, Cfr: Op. cit. 
48) G. Lisi, Cfr. Op.cit.


 

Le vicende narrate si possono inquadrare nella storia degli abusi feudali, delle vessazioni, delle violenze dei baroni contro i diritti della persona. Non è improbabile il citato Don Nicola corrispondente al barone di Nicola Gualtieri (XVI sec.)

 

Da: Castrignano dei Greci di: Angiolino Cotardo




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