Zia Mineca era una delle donne che andavano a infilare tabacco alla masseria. Massaro Peppe la prediligeva perchè non conosceva nè riposo nè stanchezza: era la più veloce raccoglitrice e la più abile infilatrice. Alla masseria andava con una bicicletta da uomo, completamente arrugginita e senza freni: molto alta per lei, quindi arrancava con pedalate decise e forzate nella salita, sincronizzate al movimento di tutto il corpo. Era magrissima e ossuta, col viso rugoso e avvizzito dal sole su cui brillavano in contrasto due occhi nerissimi e vivaci. Sembrava un donna senza età: mai stata giovane e mai diventata vecchia. I suoi capelli erano grigi e pesanti e li aveva sempre raccolti in un "tuppo", sempre uguale e perfettamente in ordine. Sembrava non lo rifacesse mai, come se fosse nata così.
La si incontrava per la strada sempre a passo svelto e spedita, non si fermava mai con alcuno, salutava con un sorriso o con una battuta e procedeva. Viveva con la sua famiglia in una casetta a tetti che si affacciava nel cortile di casa mia. Era amica di mia madre e io la chiamavo zia perchè, diceva mia madre, non è "gente", ma è come se lo fosse. Le due donne erano molto unite e comunicavano sempre attraverso il cortiletto. Questo era di forma quadrata e al centro aveva una cisterna che raccoglieva la poca acqua delle terrazze e una pila di "lecciso" dove a turno lavavano la biancheria. Il pavimento del cortile era alquanto sconquassato perchè pioggia e uso causavano buche e pozze. Ricordo mio padre e il marito di zia Mineca che periodicamente cercavano di livellarlo con pietre e tufo per renderlo più agevole, ripromettendosi ogni volta di farlo ad "astrico".
Durante le fredde giornate d'inverno, quando la tramontana soffia e il cielo è bianco e il sole piace perché compensa il freddo ed equilibria l'aria, zia Mineca e mia madre si ritrovavano in un angolo del cortile al riparo. Ognuna portava a casa una sedia impagliata alla quale avevano tagliato parte dei piedi per farla più bassa, per essere più comoda e sedevano una accanto all'altra col fazzoletto un pò calato sugli occhi per ripararsi dal vento e col lavoro in mano. Facevano la calza o rammendavano.
Passavano molto tempo là: "ogni tantu nci ole nu picca de rifriscu". Raccontavano ininterrottamente e di tutto:
pettegolezzi col conseguente: "cun nu bascia cchiù nnanzi?!" 
Scoperte con caratteristico intercalare: "lu mparasti‘?!" E dei figli: "facune cu me stizzu!"
E del marito: "pensa sulu cu fatica, nu' pensa addhu!"


***


Un giorno arrivai alla masseria nel momento in cui le donne avevano finito di infilare il tabacco e stavano strofinandosi le mani con manciate di tufo per togliere il nero delle foglie. In quei giorni si avvicinava 1a festa di San Rocco e massaro Peppe chiese a Mineca se anche quell'anno sarebbe andata a "Turre".
- "Scii e bbau!" - disse immediata - "è votu! Santu Roccu miu beddhu!" - e deferente estrasse dalla scollatura la medaglietta di metallo con l'effige del Santo che aveva sempre appesa al collo con un fìlo di cotone celeste un pò grosso, e con devozione convinta la baciò. Era l'ora di tornare a casa e già le donne si allontanavano lungo lo stradone scherzando tra loro, rinfrancate perchè la giornata di lavoro era finita; chiamavano zia Mineca a gran voce e lei le raggiunse in un momento.


***


Io e massaro Peppe sedemmo al solito posto, mentre Giuseppe, il nipotino, portava al nonno "na vucala" traboccante acqua fresca di pozzo:
-"Nonnu, voi cu bivi?" -
Massaro Peppe fece un segno preciso con le mani quasi a dire: dai qua! E poi bevve a lunghe sorsate continue facendo fuoriuscire l'acqua dai lati della bocca. L'aveva quasi finita quando si staccò e con un sospiro di soddisfazione si asciugò col dorso della mano.
Gli chiesi perchè zia Mineca era tanto devota a San Rocco. Mi guardò per un pò assentendo con la testa, poi cominciò:
Circa vent'anni fa, dopo la nascita del suo ultimo figlio, Mineca non riusciva a riprendersi e avvertiva forti dolori. Preoccupata pensò a rimedi empirici tramandati da padre in figlio. Raccolse un mazzetto "de erva de vientu" e preparò un infuso che, dicevano, guariva tutti i mali del corpo. Ma i disturbi non passavano e una vicina di casa, allora, le consigliò di massaggiarsi con l'olio del lumino che teneva sempre acceso davanti a San Rocco, ma neanche questo ebbe effetto. E allora decise di andare a "Turre", il 16 agosto, giorno della festa del Santo per chiedergli la grazia.
Torrepaduli è un piccolo paese del Capo che dista da noi diversi chilometri. Subito fuori paese, sulla via di Ruffano, preceduta da uno spiazzo dove il giorno della festa si svolge una grande fiera, sorge la chiesa di San Rocco, dove, ogni anno, si reca moltissima gente che viene da tutta la provincia e anche da fuori per devozione e per chiedere grazie. Zia Mineca quell'anno partì a piedi la sera prima della festa e arrivò a Torrepaduli che era giorno inoltrato. La chiesa era gremita di fedeli che pregavano, invocavano e offrivano voti e sacrifici. Zia Mineca si fece largo a gomitate e, raggiunta la statua, piangendo e lacrimando, si inginocchiò e chiese la salute, ma non per sè: per i suoi figli, per la sua famiglia. Poi dalla tasca estrasse il fazzoletto, lo passò sui piedi del Santo e poi sul suo corpo dove avvertiva il dolore, cuntinuando a chiedere e a promettere.
Uscita dalla chiesa comprò il ventaglio di cartone con l'immagine del Santo e le "zacareddhe", lo avrebbe appeso alla testa del letto a perenne devozione. Tornò poi a casa sfinita, ma piena di speranza. Intanto la sua salute peggiorava e fu necessario il ricovero in ospedale. Prima di partire zia Mineea si rivolse ancora al Santo con fiducia e devozione, e baciò la sua immagine.
Fu operata d'urgenza perchè, a detta dei medici, c'erano poche speranze. Durante la notte, ancora sotto l'azione dell'anestesia, zia Mineca sognò il cagnolino di San Rocco che saltava sul suo letto e le leccava la ferita. Appena sveglia volle raccontare il sogno al chirurgo, il quale, commosso dall'ingenua fede della paziente, non potè fare a meno di accarezzarla benevolmente.
Mineca fu dimessa dall'ospedale e tornò a casa debole e pallida. Tutto il paese la circondò d'affetto perchè tutti sapevano la diagnosi dei medici. Ma Mineca, a dispetto della scienza, guarì e ricomincio a lavorare con l'entusiasmo e la tenacia di sempre.
La sua fede, la sua immensa fede l'aveva salvata! -

Tratto  da "Il tempo non cancella" di: Angiolino Cotardo




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