Un treno lungo e lento ci trasportò in Germania. Eravamo ammassati come bestie, avviliti e umiliati. Alcuni avevano ancora voglia di discutere, di decidere: o non avevano ancora capito che eravamo diventati prigionieri di guerra ed eravamo diretti a un campo di concentramento, oppure tentavano di illudersi per non pensare. Entrati in Germania i discorsi finirono e finirono pure le iniziative, le prospettive, le decisioni. Eravamo di fronte a una cruda realtà: caduta ogni illusione, fummo un brandello di umanità annientata alla merce di una forza superiore e senza pietà. Scendemmo alla stazione di Dortmound e ben presto scoprimmo che nei pressi c'era uno dei tanti campi di concentramento seminati in Germania, nei quali regnava terrore e morte e dove i prigionieri venivano disumanamente utilizzati per i lavori pesanti. Era già metà novembre, nevicava e noi avevamo freddo per la fame e per gli abiti non adeguati. Fummo avviati per una strada costeggiata di platani ormai spogli. Il campo non era lontano. Era un grande recinto che conteneva diverse baracche, limitato da due reti di filo spinato; nelle quattro direzioni erano installate alte torrette di controllo sulle quali giorno e notte si alternavano alle mitragliatrici soldati addetti al controllo del campo. Fummo smistati, vestiti da prigionieri e ammassati in fatiscenti baracche maleodoranti. Iniziamo così la nostra vita di fatica e speranza. Ognuno di noi era contraddistinto da un numero che avevamo stampato sulla giacca di prigioniero. Il mio era 53336 K.G.. Sotto il cielo permanentemente grigio di Dortmound trascorremmo circa due anni di sofferenze e umiliazioni. Le giornate passavano lente, pesanti e monotone, ma soprattutto colme di fatica: la sera si ringraziava Iddio di essere ancora vivi. Di notte si riposava poco e male. Il sonno veniva spesso interrotto dai bombardamenti inglesi e americani su Dortmound che davano l'impressione di immani terremoti. Ancora oggi, quei momenti mi tornano insistenti nella memoria, come le urla spaventose e i singhiozzi senza lacrime che restavano a lungo nell'anima, mentre un lampeggiare accecante ci annientava. E non solo questi, ma anche altri episodi macabri e snervanti persistono nei ricordi, poiché ogni giorno e ogni notte se ne alternavano sempre più debilitanti per la nostra stanchezza e il nostro morale fiaccato. Per perpetuare questo scorcio di sofferenza e umiliazione, per ricordare quanti ho visto soffrire e morire, racconterò alcuni episodi. Ciò che mi ritorna ripetutamente alla mente, anche se sono passati ormai tanti anni, è l'espressione urlata con disprezzo e disgusto contro noi italiani: "Italienischs alles caput". Ci consideravano dei traditori e ogni occasione era buona per ricordarcelo. Nella baracca eravamo in molti: giovani, anziani e di diverse nazionalità. Tra noi c'era un vecchio commilitone che aveva già provato la prigionia in Grecia e aveva a lungo sofferto. Era sempre depresso e noi più giovani cercavamo di confortarlo, ma la sua resistenza era allo stremo. Una notte, nel silenzio assoluto del campo, sentimmo improvvisamente una raffica di mitra e un grido. Saltammo dai pagliericci e i nostri sguardi si posarono istintivamente sul giaciglio del vecchio amico, era vuoto. Ci precipitammo nel cortile, alla luce dei riflettori scorgemmo proprio lui aggrappato ai fili spinati con le braccia tese verso un'illusione di libertà. La vigilia di Natale del 1943 eravamo molto tristi. Parlavamo poco ma i nostri pensieri erano tanti. Ricordi recenti e lontanissimi si intrecciavano e si sovrapponevano: l'ultimo Natale in famiglia, i parenti, gli amici, l'affetto reciproco e, soprattutto il piacere di stare assieme. E poi, i Natali lontani di quando eravamo bambini: nasceva Gesù, la Chiesa illuminata, il presepe... il presepe che incantava i nostri sguardi innocenti... il presepe era nel cuore di tutti! A qualcuno venne l'idea di preparare qualcosa che potesse ricordarlo. Con qualche rametto di platano imbastimmo una grotta nella quale sistemammo alcune immaginette di Santi che ognuno di noi aveva portato da casa e custodiva gelosamente. C'era anche Gesù Bambino. Eravamo tutti attorno a questa povera, grande cosa, quando, improvvisamente entrò il comandante. Meravigliato a tale vista, chiese cosa fosse e noi spiegammo. Seguì un calcio repentino con un grido di rabbia: "Deutshland ein ist Got: Hitler!" (In Germania c'è un solo Dio: Hitler!) La povera grande cosa andò in aria e noi restammo annientati e senza fiato. Ci impose una punizione e solo quando ci vide sfiniti ci permise di tornare ai nostri giacigli. Nella baracca il silenzio era assoluto: non una parola, un gesto, un lamento, una ribellione. Solo occhi sbarrati per paura del sonno, per paura di non svegliarsi più. Nel silenzio arrivavano fino a noi le note di un canto tradizionale nordico del Natale: "Stille Nacht, helliger Nacht... e cori e canti e schiamazzi di gente avvinazzata: nel comando del Lager era stato organizzato un ricevimento. Si festeggiava il Natale!... Poi un violino pianse un tango di una tristezza infinita, non era un motivo alla moda, non era banale... Il violino piangeva, mentre qualcosa piangeva anche in me. Il giorno dopo qualcuno compiva ventun' anni: questo qualcuno, internato nel Lager ero io.

Tratto da "Stralci degli anni miei" di: Angiolino Cotardo




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